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Per un nuovo New Deal globale, di Stefano Fassina

È oramai un luogo comune definire la crisi in corso come “epocale”, “storica”, di portata tale che, dopo, nulla sarà più come prima. Per evocarne la straordinaria dimensione economica e sociale, i richiami alla “grande crisi” del 1929 sono stati proposti sin dall’autunno scorso. A sostegno della lettura “discontinuista” si richiamano i dati, inequivocabili, di crollo delle borse, di contrazione del PIL globale, di impennata della disoccupazione, di regressione del commercio internazionale. Si evidenzia, correttamente, che la velocità, l’ampiezza e la profondità dell’involuzione degli ultimi sei mesi superano nettamente quanto registrato in altre fasi di crisi del secondo dopoguerra. Gli interventi di politica economica dei governi e delle autorità di controllo dei mercati finanziari e della moneta hanno mosso dalla consapevolezza di concretissimi rischi di depressione e prolungata stagnazione. In sintonia con il carattere epocale e storico della crisi. Le lezioni della storia sono state apprese.

Le risorse mobilitate sono state enormi, a sostegno della domanda aggregata, ma ancor di più per il salvataggio e l’operatività delle istituzioni finanziarie. L’aumento del debito pubblico stimato per il 2009-10 nelle economie mature (+27% negli USA, +30% in Giappone, +20% in Europa) richiama andamenti da economia di guerra. Le banche centrali hanno visto triplicare i loro bilanci attraverso l’acquisto o il deposito in garanzia di titoli di non quantificabile valore. Si è tornati a stampare moneta per finanziare la spesa pubblica. Il caposaldo dell’economia di mercato, il prezzo come misura del valore, è saltato. In altri termini, sono saltati mercati fino a poche settimane prima ritenuti capaci di autoregolarsi. Ora le condizioni del malato appaiono stabili.

L’emergenza sembra superata. Qui non vogliamo cimentarci nelle previsioni sulla congiuntura o sugli effetti delle correzioni, prima o poi necessarie, dei bilanci degli Stati e delle banche centrali. Non intendiamo posizionarci tra quanti vedono tante rondini e annunciano una primavera imminente, quanti vedono solo una rondine e, secondo saggezza antica, dubitano dell’arrivo della primavera e quanti non vedono neanche la rondine. Proviamo invece a fare qualche riflessione sul possibile ordine da costruire per riavviare i motori della crescita e dello sviluppo in termini sostenibili, poiché non si può tornare indietro per ritrovarne la via. Siamo ad un passaggio di fase. Viviamo un cambio di stagione. Un profondo movimento geoeconomico e geopolitico. Infatti, non è soltanto crollato un castello finanziario. È saltato il meccanismo di alimentazione della domanda globale degli ultimi quindici anni. È saltato un ordine culturale, politico ed economico.

Pertanto, il termine crisi è riduttivo per una fase di transizione verso un ordine diverso da quello pre-crisi. L’impossibilità di ritornare sulla traiettoria precedente dipende dal carattere intrinseco della globalizzazione liberista. L’equilibrio rotto dalla crisi era, infatti, un equilibrio ingiusto, instabile, insostenibile, sia in termini economici sia in termini sociali e ambientali. Attenzione, però: una tale valutazione non intende disconoscere le contraddizioni presenti nell’ultimo trentennio, ossia le componenti di straordinaria dinamicità, innovazione, sviluppo, liberazione di risorse. Non capiremmo il successo di pubblico, oltre che di critica, senza riconoscere la colossale riduzione della povertà intervenuta nelle economie emergenti e in alcune economie in sviluppo, senza ricordare gli spazi di libertà, oltre ai tassi di crescita, dovuti al paradigma economico e sociale dell’information technology e alle leve finanziarie.

Tuttavia, nonostante gli indubbi aspetti progressivi, l’equilibrio pre-crisi era un equilibrio insostenibile, poiché retto dal consumatore americano che trainava, a debito, la domanda globale. Per trainare le esportazioni del resto del mondo, il debito delle famiglie degli Stati Uniti aumentava dal 40% del PIL all’inizio degli anni Settanta al 100% del PIL alla fine del 2007. Il lavoratore americano full time e scolarizzato, ossia la classe media, comprava a debito anche perché il suo reddito da lavoro rimaneva fermo in termini reali o si riduceva, mentre salivano i costi dell’assicurazione sanitaria e pensionistica, del college per i figli, delle abitazioni. Si vedano a tale proposito i grafici e le tabelle collocati nella parte analitica del Budget Plan presentato a febbraio dal presidente Barack Obama al Congresso. La degenerazione distributiva coinvolgeva le classi medie, non le frange più deboli dei lavoratori. Questo è il punto politico.

Dal 1947 al 1979 lo 0,1% dei lavoratori meglio pagati percepiva, in media, un reddito da lavoro pari a 20 volte il reddito del novantesimo percentile. In altri termini, fino alla fine degli anni Settanta, lo 0,1% dei lavoratori posto al vertice della scala delle retribuzioni percepiva un reddito da lavoro pari a 20 volte quello delle fasce più benestanti delle classi medie. Nel 2006, tale rapporto saliva a 77.

La vulgata neoliberista non solo giustificava, ma poneva quale obiettivo delle politiche economiche e sociali l’aumento della disuguaglianza quale presupposto per l’innalzamento delle condizioni generali. Lo slogan era: maggiore disuguaglianza uguale maggiore crescita e maggiore reddito per tutti. E maggiore mobilità sociale. L’esito è oramai noto. Lo ricorda disinvoltamente “The Economist” in un numero di marzo: il reddito reale mediano – il reddito sotto al quale si colloca il 50% della popolazione considerata – di un lavoratore maschio a tempo pieno nel 2007 è al di sotto del livello del 1972. La maggiore mobilità sociale è un miraggio contraddetto dall’annullamento dei passi avanti compiuti, grazie al welfare State, nel primo trentennio successivo alla seconda guerra mondiale. La vulgata neoliberista aveva tante frecce al suo arco. Così, ai dati sulla distribuzione del reddito e sulla mobilità, contrapponeva i dati sulla ricchezza finanziaria delle classi medie. Il lavoro era solo una fonte del reddito. Ai lavoratori il “turbo-capitalismo” schiudeva le porte dei mercati azionari. In effetti, la quota di famiglie americane con titoli azionari aumentava dal 32% del 1983 al 51% del 2001, grazie soprattutto ai fondi pensione 401k (a contribuzione definita, si noti bene, ossia a rischio in capo al lavoratore). Tuttavia, soltanto il 32% delle famiglie aveva titoli azionari per un importo superiore a 10.000 dollari. Il 10% delle famiglie più ricche aveva l’85% dell’intero mercato azionario. In sintesi, l’economia cresceva – in termini reali, di quasi 2,5 volte nel trentennio considerato – e il reddito da lavoro delle classi medie si sarebbe dovuto più che raddoppiare. Invece, i frutti della crescita si accumulavano nelle mani di una esigua minoranza. Certamente, l’esplosione del debito privato, come evidenziato dall’analisi di David Brooks, ha avuto anche radici di ordine culturale ed etico. Lo short-termism ha segnato non solo la finanza, ma tutti i comportamenti sociali. L’indebolimento della responsabilità individuale e la troncatura della sequenza risparmio-spesa sono diventati fenomeni di moda. L’approdo nella dimensione del consumo è divenuta l’unica possibilità per edificare l’identità sociale in un contesto di svalutazione etica e simbolica del lavoro.

La vicenda delle classi medie degli USA è stata la più segnata dal paradigma del fondamentalismo di mercato, ma quasi tutti i paesi sviluppati, in particolare i paesi anglosassoni, hanno avuto storie simili. In un rapporto pubblicato nell’ottobre scorso dal significativo titolo “Growing unequal”, l’OECD (Organisation for Economic Co-operation and Development) documenta il drastico peggioramento della distribuzione del reddito avvenuto quasi ovunque nelle economie mature. In particolare, il rapporto rileva come tale peggioramento abbia radici nel mercato del lavoro, ossia dipenda soltanto in minima parte dall’indebolimento della progressività dei sistemi fiscali o di welfare e come invece dipenda dai rapporti di forza a base della distribuzione primaria del reddito tra capitale e lavoro. L’indice di disuguaglianza pre-tasse e pre-trasferimenti fiscali e sociali peggiora radicalmente in Occidente e in Giappone. In sintesi, degenerazione della finanza e polarizzazione nella distribuzione del reddito sono state facce della stessa medaglia. Qualcuno, senza scrupoli, avido di denaro, ha offerto denaro. Qualcun altro, però, ha dovuto domandare o è stato indotto a domandare. I subprime costituiscono operazioni finanziarie irresponsabili, ma hanno consentito a milioni di famiglie di comprare la casa di abitazione. Con la distribuzione del reddito caratteristica degli anni Sessanta, le stesse famiglie avrebbero potuto permettersi mutui prime.

Il punto di politica economica, anzi di politica, che qui interessa sottolineare è il seguente: le forze conservatrici, a partire dai primi anni Ottanta, invece di contrastare, hanno alimentato con le politiche economiche, sociali e di regolazione interna e sovranazionale la sperequazione tra i redditi e hanno affidato alla finanza la sostituzione del welfare State, indubbiamente in difficoltà.

Dal welfare State alla welfare finance. Il tentativo va avanti sin dall’Amministrazione Reagan, ma la sua codificazione più esplicita si è avuta nella campagna elettorale per le elezioni presidenziali del 2000 e del 2004. George W. Bush ha lanciato la ownership society (l’individualismo proprietario sul terreno dei diritti sociali) per le classi medie e il compassionate conservatism (la carità di Stato) per quanti rimanevano ai margini. L’ownership society e il compassionate conservatism erano una formidabile costruzione ideologica per la riproduzione dell’economia finanziaria. La crescita a debito non sarebbe potuta sopravvivere a lungo se fosse stata accompagnata soltanto dalla politica monetaria iperespansiva della Federal Reserve. Il meccanismo ha retto grazie al comportamento delle classi medie delle economie emergenti. Il prestito al consumatore americano veniva dall’eccezionale risparmio accumulato dalla middle class emergente delle metropoli asiatiche. Un flusso di risparmio che si spostava in senso opposto a quanto è sempre avvenuto nella storia: dalle economie più povere alle economie più ricche. Dalla Cina, dall’India, dal Sud-Est asiatico, dai paesi esportatori di petrolio agli Stati Uniti e alle altre principali economie di stampo anglosassone (Regno Unito, Irlanda, Australia ecc.). Un risparmio accumulato contro i rischi sociali da middle classes insicure del loro status, sprovviste del welfare rooseveltiano o socialdemocratico tipico della fase di sviluppo delle democrazie occidentali e del Giappone. Un risparmio canalizzato dalle autorità monetarie verso i titoli del Tesoro e le obbligazioni bancarie statunitensi al fine di tenere artificialmente sopravvalutato il dollaro, non minare il potere d’acquisto del consumatore americano e, al tempo stesso, accumulare riserve in valuta, l’arsenale atomico del XXI secolo, per minacciare e proteggersi dall’attacco speculativo dei mercati, potente forza di cambiamento politico e sociale nel 1997 nell’Asia sudorientale.

Il meccamismo pre-crisi è irriproducibile. Ecco il punto politico da cui muovere. Viviamo, quindi, un cambio di stagione. Il National Intelligence Council degli Stati Uniti ha “previsto” per i prossimi quindici anni «uno storico trasferimento, in termini relativi, di ricchezza e potere economico dall’Occidente all’Oriente». La transizione è aperta ad esiti opposti. Nessun crollo dell’impero americano, profezia ricorrente nelle file della sinistra, ma sempre smentita dai fatti. Semplicemente, viviamo il ridimensionamento dell’egemonia culturale, del primato politico e della centralità economica degli Stati Uniti. Non possiamo più fare affidamento sul consumatore americano in crescente indebitamento.

La scommessa della FIAT sulla Chrysler pare poggi su un’analisi ancora più “discontinuista” di quella qui proposta: dal SUV alla nuova 500 è una rivoluzione culturale. Ma forse non è troppo azzardata. L’analisi, inoltre, sembra in sintonia con le indicazioni di policy proposte da Timothy F. Geithner, segretario al Tesoro degli Stati Uniti, il quale, il 22 aprile 2009, all’Economic Club of Washington ha sottolineato: «Una ripresa ed una crescita più equilibrata deve essere quella dove ogni nazione si concentra di più su una crescita sostenibile e non dipendente dal consumatore degli Stati Uniti». Tale risultato richiederà un maggiore attenzione agli investimenti e agli incentivi al miglioramento della produttività. Richiederà un forte impegno a garantire che i frutti della crescita siano condivisi e la disuguaglianza ridotta. La crisi è una crisi di transizione.

Per uscirne, non si può puntare a ripristinare lo status quo ante. Ecco perché non possiamo definire l’attuale fase come crisi finanziaria, ma dobbiamo definirla transizione. Transizione da un ordine mondiale, noto e insostenibile, ad un altro, da costruire, in una lotta culturale e politica che segnerà il corso dei prossimi anni: un ordine economico, politico, culturale di regolazione sostenibile dell’economia globale; oppure un ordine di ripiegamento nazionalistico o, nel migliore dei casi, regionalistico chiuso.

Dobbiamo trovare un equilibrio sostenibile, inedito. Non dobbiamo tentare il ritorno indietro. È impossibile. Dobbiamo pensare a come ricostruire le condizioni politiche e istituzionali per rifondare le democrazie delle classi medie, oltre il welfare State, in un contesto economico globale. Le democrazie delle classi medie si sono affermate prima negli Stati Uniti e poi in Europa e in Giappone dopo la seconda guerra mondiale. Per il primo trentennio successivo alla fine della guerra il welfare State è stato il patto, il compromesso, tra capitale e lavoro, per affermare le democrazie delle classi medie. La crisi del welfare State ha lasciato le democrazie delle classi medie appese alle scialuppe della finanza. Per il secondo trentennio dopo la fine della seconda guerra mondiale le democrazie delle classi medie hanno resistito attraverso la welfare finance. Ora siamo ad un bivio. O un ordine globale per ricostruire le condizioni per le democrazie delle classi medie: un patto economico, sociale e geopolitico, analogo per portata al compromesso fondativo delle democrazie negli Stati Uniti, in Europa e in Giappone a cavallo della seconda guerra mondiale; una sorta di New Deal globale, riprendendo la formula coniata all’ultima riunione a Bruxelles, in contemporanea al G20 di Londra, dal Global Progressive Forum, il forum promosso dal PSE (Partito Socialista Europeo), cui hanno partecipato tutti i partiti socialisti e democratici del mondo e le organizzazioni dei lavoratori europee e internazionali. Oppure il ripiegamento protezionistico, nazionalista e corporativo verso democrazie elitarie profondamente diseguali e inevitabilmente populiste. È il sentiero facile, da tanti già intrapreso, nonostante la retorica pro-global.

Ma la partita è in corso. Il G20 di Londra ha segnato passi avanti nella direzione giusta. Gli importanti risultati, come spesso avviene, in Italia sono stati tralasciati per descrivere le gaffe del presidente del Consiglio. Tuttavia, dietro i riflettori sul braccio di ferro sulle politiche di bilancio espansive, è stata avviata la fase costituente per costruire la governance globale adatta allo scenario geopolitico in divenire. L’intelligenza della leadership statunitense, la maturata consapevolezza della propria forza e responsabilità da parte della Cina, il realismo quasi disperato del Regno Unito e, soprattutto, i legami dell’interdipendenza economica scarnificati dalla crisi in corso hanno aperto la strada delle riforme.

È evidente che il percorso è lungo e pieno di ostacoli, ma siamo in cammino. Quali sono le tappe fondamentali verso il New Deal globale? Innanzitutto, la riforma della governance multilaterale, per restituire legittimità politica ed efficacia economica alle istituzioni di Bretton Woods e definire nel contempo le condizioni macroeconomiche per l’attivazione di una domanda aggregata multipolare, sostenibile sul piano economico, sociale e ambientale, orientata all’obiettivo della green economy. Tutto ciò, in primo luogo, attraverso una ridefinizione dei rapporti di forza al loro interno, per accrescere i poteri delle economie emergenti e, necessariamente, ridurre lo spazio delle economie sviluppate, in particolare dell’Europa. Una incisiva revisione delle quote, da concludersi entro il 2011, è stata prevista nel comunicato del G20, come pure è stata prevista la cancellazione della spartizione tra Europa e Stati Uniti del managing director del Fondo monetario internazionale (FMI) e del presidente della Banca mondiale. La conclusione della Commissione Manuel, istituita nell’ambito del FMI sotto la guida del ministro delle Finanze del Sudafrica, contiene importanti indicazioni di riforma.

Sull’altra faccia della medaglia della riforma della governance multilaterale, troviamo la costruzione di un sistema monetario globale sostenibile in sostituzione del precario dominio del dollaro. L’iniziativa è stata presa con equilibrio e capacità dalla Cina. Dapprima, il primo ministro Wen Jiabao ha evocato la possibilità di allentare l’accumulazione di riserve in dollari. Poi, i currency swaps tra la Cina, l’Argentina, il Brasile e diverse altre economie emergenti per realizzare gli scambi commerciali in yuan anziché in dollari.

Infine, contestualmente all’annuncio del Piano Geithner e alla massiccia immissione di liquidità ad esso connessa, il governatore della Banca centrale di Pechino ha proposto di riprendere in mano il disegno, sconfitto, di Keynes a Bretton Woods nel 1944, ossia una moneta di riserva sganciata dal controllo degli Stati sovrani. Una moneta da approssimare gradualmente attraverso l’emissione da parte del Fondo monetario internazionale di SDR (Special Drowing Rights). Il G20 anche su tale nodo di primaria rilevanza geopolitica ha compiuto un passo decisivo: i venti paesi hanno autorizzato il Fondo a finanziarsi direttamente sul mercato e a creare moneta globale sovranazionale per 250 miliardi di dollari, ossia quasi dieci volte l’ammontare creato dal 1969, quando la soluzione fu messa in campo per prevenire, senza successo, la fine del gold standard. La redistribuzione di poteri nelle istituzioni di Bretton Woods, la stabilizzazione del sistema monetario globale attraverso il potenziamento del FMI e l’inevitabile ridimensionamento del dollaro sono condizioni necessarie per l’avvio di una domanda globale equilibrata. Solo così, le immense risorse in valuta accumulate dalle economie emergenti, Cina in particolare, potranno essere liberate per spostare gradualmente l’asse del loro sviluppo dalle esportazioni alla domanda interna, orientata verso la green economy. Solo così, le classi medie americane potranno essere affiancate dalle classi medie delle economie emergenti per ribilanciare la domanda globale. Solo così, per guardare ai nostri orticelli, il made in Italy potrà tornare a crescere. Solo così, il Mediterraneo ritornerà al centro dei flussi commerciali e offrirà opportunità di sviluppo al Mezzogiorno, grande questione nazionale rimossa.

La ridefinizione della governance globale ha altri tasselli decisivi. In breve: l’introduzione di standard ambientali e sociali per i commerci globali, attraverso la revisione delle clausole del WTO, la positiva conclusione del vertice di  Copenaghen sull’ambiente e il potenziamento dell’ILO (International Labour Organization), in un difficilissimo equilibrio tra diritti da tutelare e barriere protezionistiche surrettizie da evitare; il controllo dei movimenti di capitale di brevissimo e breve periodo; la regolazione della competizione fiscale. Su quest’ultimo capitolo, il G20 di Londra ha avviato un’offensiva contro i paradisi fiscali.

È un atto significativo, tanto più perché compiuto sotto la regia del primo ministro del Regno Unito, un paese che fino a pochi mesi fa aveva sempre risolutamente contrastato gli interventi contro i paradisi fiscali. Tuttavia, l’obiettivo, come ripete Mario Monti, è frenare la competizione fiscale tra Stati (e all’interno degli Stati). La competizione fiscale tra Stati rompe i patti di cittadinanza, in quanto legittima l’iniquità nella tassazione delle fonti di reddito: le fonti più mobili, il capitale finanziario e l’imprenditorialità ricevono un trattamento preferenziale rispetto al lavoro. Gli interventi di politica economica da parte dei governi nazionali, a finalità redistributive o di crescita, hanno sofferto negli ultimi due decenni, oltre che per l’offensiva ideologica delle forze neoliberiste, anche per la lenta, ma crescente, erosione delle basi imponibili più mobili. Da un lato l’intangibilità politica dei patrimoni immobili, dall’altro l’impossibilità tecnica di catturare i patrimoni e i redditi mobili hanno schiacciato lo spazio dell’equità fiscale e contribuito a impoverire le classi medie.

Un aspetto decisivo per il New Deal globale è la rivitalizzazione delle organizzazioni dei lavoratori. Quella da compiere è, innanzitutto, un’inversione culturale. Nell’ordine pre-crisi i sindacati erano considerati, anche da tanti cosiddetti riformisti, aiutati dall’arroccamento di una parte dei diretti interessati, come intralcio all’efficienza e alla crescita. Il lavoratore e la lavoratrice nel paradigma egemone fino a ieri venivano adeguatamente valutati, in base alla loro produttività, dal mercato del lavoro. L’ideologia dominante relegava il sindacato a un residuo del mondo fordista, arnese inservibile nell’universo dell’information and communication technology, della società degli individui. La crisi in corso ha ammaccato tale lettura. Tuttavia, la valorizzazione del lavoro non può avvenire attraverso una scorciatoia fiscale, sull’esempio di quanto fatto nell’ultimo bilancio pubblico da Gordon Brown o proposto dalla SPD tedesca e dal PD. L’intervento fiscale può aiutare al margine. Va affrontata la fonte primaria del peggioramento della distribuzione del reddito: il potere dei lavoratori nella distribuzione funzionale del reddito, nella negoziazione contrattuale.

Ora è più chiaro che, senza organizzazione collettiva, il lavoro viene mortificato e svalutato. La flessibilità necessaria degenera in insopportabile precarietà esistenziale. I dati sulla distribuzione del reddito pre-tax lo sottolineano. Ma  non si tratta di ritornare alla mitologica fabbrica fordista: i sindacati devono rinnovarsi radicalmente. Tuttavia, essi sono insostituibili, non solo per le condizioni economiche e sociali dei lavoratori e delle lavoratrici e, quindi, per sostenere la domanda aggregata e la crescita, ma anche per la qualità della democrazia.

Non ci può essere democrazia delle classi medie senza sindacati forti e rappresentativi. Non è un caso che il presidente Obama abbia costituito una Task Force on Middle Class Working Families ponendo tra i suoi obiettivi la ri-regolazione del mercato del lavoro e dei diritti sindacali (labor standard). Come non fu un caso che, per realizzare il New Deal, il presidente Roosevelt avesse firmato nel 1935 il Wagner act, ossia una legge federale per fissare il salario minimo e l’orario di lavoro, promuovere e proteggere i diritti dei lavoratori allo sciopero, all’organizzazione nei luoghi di lavoro, alla contrattazione collettiva. Ovviamente, la rivitalizzazione delle organizzazioni dei lavoratori e delle lavoratrici non può avvenire per legge. Deve avvenire a partire dai luoghi di lavoro, sul territorio, nelle mille e disarticolate forme dell’attività produttiva.

Una sfida formidabile che deve stare a cuore alle forze politiche riformiste tanto quanto alle organizzazioni del lavoro. Le forze riformiste non possono declinare la sacrosanta autonomia della politica dagli interessi economici e sociali nei termini di una indifferenza verso quanto avviene sul terreno della regolazione del lavoro. Ad esempio, di fronte al protocollo del 22 gennaio sul modello contrattuale: un impianto che, in linea con la politica economica del governo Berlusconi e il Libro verde del ministro Sacconi, svaluta il lavoro, i suoi diritti, il suo prezzo e incentiva la corporativizzazione dei nuclei produttivi più forti. Auspicare l’unità delle organizzazioni sindacali è utile, ma non può sostituire una valutazione di merito, orientata dal programma e dalla visione dell’interesse generale fondativa del soggetto politico. Insomma, il lavoro è l’epicentro etico e politico del New Deal globale.

Il lavoro da ridefinire nella sua natura economica e sociale. Il lavoro da riconoscere nella molteplicità delle forme contrattuali e giuridiche. Le forze riformiste non possono limitarsi al pur nobile e prezioso obiettivo di “ridare dignità ai poveri”. Devono ridare dignità al lavoro, unica via per inverare la democrazia delle classi medie.

In questi anni, il lavoro ha perso specificità nel discorso pubblico. È diventato, nei pensieri di molti di noi, una componente indifferenziata delle forze produttive. Senza un interesse economico e sociale specifico. Un interesse irriducibile a quello del datore di lavoro. Un interesse certamente conciliabile attraverso il confronto e, quando inevitabile, il conflitto. Un interesse che, in  quanto specifico, si può affermare, senza timori di subalternità, anche attraverso soluzioni di partecipazione alla gestione dell’impresa e nella necessaria contrattazione di secondo livello. Ma un interesse distinto e distintivo. Nella lettura egemone, il lavoro ha perso la sua funzione fondativa della cittadinanza democratica, dell’identità sociale della persona, secondo l’ispirazione profonda della nostra Costituzione. Il lavoro è stato retrocesso a funzione di accumulazione del potere di acquisto per la realizzazione di sé nella dimensione del consumo, una dimensione rilevante, ma non esclusiva dell’identità.

Ovviamente, nessuna nostalgia per il conflitto ideologico e astratto tra capitale e lavoro. Per il conflitto fine a se stesso, per il conflitto identitario. Ma, nemmeno rassegnazione all’ideologia dell’impresa come luogo dell’interesse generale interpretato naturalmente ed esclusivamente dalla proprietà. Tra le due contrapposte ideologie esiste un spazio ampio per indagare sulla natura del lavoro, tanto più in un paese abitato dal popolo delle partite IVA e ricco di micro- imprese con uno o due dipendenti. Il lavoro da rivalutare è anche il lavoro autonomo, il lavoro dell’uomo artigiano descritto da Richard Sennett. È un’indagine da fare per fondare l’autonomia culturale dei riformisti. Altrimenti, non rimane che l’ancoraggio a categorie anagrafiche, geografiche o di genere.

Oppure, rimaniamo prigionieri dell’idea di partito-supermercato elettorale, non solo post identitario, ma costitutivamente senza identità e quindi fornito di tutto: dall’operaio scampato all’incendio della sua fabbrica, all’imprenditore rampante; dalla teodem con il cilicio, alla leader GLBT (Gay lesbian bisexual transgender).

Un partito costitutivamente senza progetto e senza posizioni univoche, in quanto il progetto e le posizioni univoche sono barriere all’allargamento della rappresentanza. Un partito privo di riconoscibilità, un mix paralizzante in una fase segnata, al contrario, da domande di fondo alla politica, da richieste di visioni generali. Insomma, i riformisti per essere riconoscibili devono ripartire dal lavoro. Il lavoro è pilastro del neoumanesimo. Infine, il New Deal globale non può fare a meno dell’Unione europea.

L’Unione è la forma più avanzata di governo multilaterale e democratico della globalizzazione. Ha, sul terreno economico e sociale, assets di potenzialità straordinaria per giocare la partita in corso e segnare la transizione: le sue istituzioni di welfare State e l’euro. Ma l’UE gioca di rimessa. Le leadership europee non provano neppure a convincere le opinioni pubbliche interne che l’interesse nazionale si può perseguire, in mercati aperti, soltanto condividendo sovranità, e non sbandierando vessilli sempre più sbiaditi in termini di efficacia.

Anche le forze politiche appartenenti alla famiglia socialista fanno fatica a  comprendere la portata della fase in corso e a lanciare la sfida riformista all’altezza necessaria. Le elezioni europee costituiscono una straordinaria opportunità per parlare alle opinioni pubbliche e motivare il voto alle forze riformiste sulla base del loro storico valore aggiunto internazionalista ed europeista rispetto alle destre, soprattutto mediterranee, geneticamente nazionaliste e protezioniste.

La riforma della governance globale presupporrebbe una profonda svolta politica nell’area euro per istituire un effettivo governo dell’economia mediante una specifica cooperazione rafforzata. La maturazione politica di tale area dovrebbe essere il presupposto per l’unificazione delle chairs nelle sedi di governance multilaterale, in particolare nel G20 e nelle rifondate istituzioni multilaterali di Bretton Woods. Il G8 non ha più senso. Senza lungimiranza politica, le leadership europee favoriranno la strutturazione di un G2 di fatto, costituito da Stati Uniti e Cina. L’Europa avrà sempre rilevanza economica, quale fonte di un quarto del PIL globale e mercato di mezzo miliardo di consumatori.

Tuttavia, sarà subalterna sul piano politico. La profonda svolta politica nell’area euro dovrebbe servire anche ad avviare efficaci politiche di bilancio, non solo coordinate, ma comuni. L’impennata del debito pubblico in rapporto al PIL in tutti i paesi euro si può correggere soltanto attraverso la crescita economica. È pura propaganda proporre di riportare il livello dell’indicatore su un sentiero discendente attraverso “tagli” alle spese o per mezzo di aumenti progressivi delle entrate. È decisivo far ripartire l’economia attraverso il sostegno alla domanda aggregata. È decisivo riprendere e attuare il progetto di un Fondo europeo di sviluppo, immaginato da Jacques Delors, ripreso da Roman Prodi, poi da Giulio Tremonti e ultimamente riproposto dal professor Alberto Quadrio Curzio sul “Corriere della Sera”. Un fondo garantito dalle riserve auree inutilizzate delle banche centrali o dagli Stati dell’area euro, partecipato dai 16 membri dell’eurogruppo proporzionalmente al loro peso economico e in modo inversamente proporzionale al loro debito. Un fondo che emetta titoli al tasso di interesse dei Bund tedeschi e che utilizzi le risorse raccolte per finanziare emissioni integrative dei paesi dell’eurogruppo (i bond nazionali comprati dal Fondo pagherebbero un tasso superiore a quello dei Bund ma inferiore a quello che oggi pagano al mercato); per sovvenzionare le ristrutturazioni nel settore bancario e industriale (per una politica industriale a livello europeo, ad esempio per il necessario consolidamento del settore auto); per sostenere economicamente le infrastrutture; per sostenere interventi di salvataggio delle economie dell’Est la cui rilevanza, data l’esposizione delle banche dell’area euro,è sistemica.

A livello europeo è inoltre necessario riformare la regolazione dei mercati finanziari. Vanno attuate, in assenza di consenso politico su opzioni di centralizzazionepiù ambizose, le raccomandazioni contenute nel Rapporto del Larosière Group per la costituzione di un’authority europea per il monitoraggio e la segnalazione dei rischi sistemici ai regolatori nazionali e di un’authority europea di vigilanza finanziaria con il potere di dirimere le controversie tra le authority nazionali, di fissare standard di vigilanza vincolanti, di vigilare e coordinare le authority nazionali e di autorizzare e vigilare su istituzioni finanziarie di rilevanza sistemica europea. In sintesi, la transizione in corso richiede uno sforzo di fantasia e determinazione politica oltre il campo della finanza. Continuare a definire la crisi in corso come “crisi finanziaria” è fuorviante e pericoloso. La finanza come capro espiatorio è una scorciatoia gattopardesca. Accanirsi contro le banche e i manager della finanza offre facili bersagli alle opinioni pubbliche scosse e impaurite dalla crisi. Ma allontana dalla soluzione dei problemi veri. È il disperato tentativo di ridimensionare la portata dei cambiamenti in atto e preparare il terreno alla restaurazione culturale. Pertanto, introdurre legal standards a livello globale è, indubbiamente, importante, ma la transizione in corso richiede visione e capacità politiche tali da saper condurre in porto una vera e propria fase costituente a livello globale. Un New Deal globale. Una sfida impossibile o almeno radicalmente contraddittoria rispetto alle culture politiche delle destre, segnate da comunitarismo esclusivista, negazione dell’altro da sé, corporativismo territorialista, visione ideologica dei meccanismi di mercato o statalismo arbitrario e liberismo assistito. Una sfida elettiva, invece, per le forze di origine socialista e cattolica segnate dall’universalismo, consapevoli del primato della politica nelle società democratiche.

Senza passi avanti verso un New Deal globale rischiamo una lunga fase di stagnazione. Un contesto pericoloso, fertile brodo di coltura del populismo e della chiusura protezionistica. Il “Financial Times” ha sintetizzato un lungo dibattito ospitato sulle sue pagine e incentrato sul futuro del capitalismo scrivendo che «senza governance globale, non c’è finanza globale». È una sintesi riduttiva. Il dibattito svolto è stato molto ricco e ha messo in chiaro che senza governance globale non c’è economia globale, non ci sono società aperte.

Le parole del National Intelligence Council di Washington descrivono bene il bivio storico di fronte a noi: «I prossimi 20 anni di transizione ad un nuovo ordine sono segnati da rischi. Rivalità strategiche riguardano gli scambi commerciali, gli investimenti e l’innovazione e l’acquisizione tecnologica, ma non si può escludere uno scenario da XIX secolo di corsa agli armamenti, espansione ter ritoriale e conflitti militari». In conclusione, le forze riformiste vivono una fase di definizione della loro identità culturale e politica. Si definiscono, qui e ora, i caratteri di lungo periodo, i connotati. Qui e ora le forze progressiste hanno l’opportunità di affrontare il paradosso politico della fase in corso: di fronte al crollo del fondamentalismo di mercato, le forze socialiste, progressiste e democratiche in Europa sono ai loro minimi storici. Insistere con il riformismo in un solo paese consegna le classi medie spaventate alle destre populiste e protezionistiche.

Soltanto cooperando per un New Deal globale le forze riformiste possono ritrovare slancio e costruire un futuro aperto e giusto per una comunità globale.

Pubblicato il 9/1/2012 alle 8.59 nella rubrica Diario.

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